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Il falso dilemma tra sostenibilità e competitività

18 Dic 2025

Il Parlamento Europeo ha approvato martedì 16 dicembre 2025 l’accordo finale del Trilogo europeo sul pacchetto c.d. Omnibus I. Si tratta di quella normativa UE proposta dalla Commissione europea nel febbraio 2025 con l’obiettivo di ridurre la burocrazia e facilitare per le imprese il rispetto delle norme in materia di sostenibilità, rafforzando così la competitività dell’UE. La nuova normativa, insomma, intende semplificare e ridurre gli oneri amministrativi che derivano per le aziende. le regole adottate nel corso degli ultimi anni sulla rendicontazione di sostenibilità, con la direttiva (EU) 2022/2464, e sugli obblighi di due diligence aziendale in materia di sostenibilità, con la direttiva (UE) 2024/1760.

Considerato le modalità e la celerità con cui la Commissione ha proceduto, il voto segna certo la fine di un percorso durato mesi, ma lascia aperti interrogativi profondi sul futuro delle politiche di sostenibilità nell’Unione europea, con una riforma legislativa che rappresenta di fatto più una ‘deregolamentazione strisciante’ giustificata dal supporto di interessi delle grandi lobby economiche, che non un quadro normativo volto a preservare il benessere ed il futuro delle popolazioni europee. Qui di seguito alcune brevi riflessioni.

Innanzitutto, il pacchetto Omnibus I è stato costruito su di un presupposto errato: l’idea che la sostenibilità rappresenti una minaccia la competitività. Che le regole fissate per assicurare il rispetto dei diritti umani lungo le catene globali del valore e delle norme antiinquinamento o contro il riscaldamento globale siano …‘nemiche’ delle imprese. Non c’è nulla di più falso di questa narrativa. Al contrario, la resilienza a lungo termine delle imprese – tutte, nessuna esclusa – e la loro capacità di essere competitive sul mercato dipende da quanto esse sono in grado di gestire rischi e opportunità ESG e di configurare modelli basati sull’innovazione sostenibile, e sui doveri di vigilanza aziendale sui diritti umani e sull’ambiente.

Ignorare questi fattori non renderà i Paesi europei più forti: ci rende solo più vulnerabili nel medio periodo, scaricando le esternalità negative su comunità e ambiente. Soprattutto deregolamentare il quadro giuridico europeo non rappresenterà per le imprese un vantaggio commerciale: tutt’altro. Le imprese europee si troveranno comunque costrette a rispettare standard simili se vorranno fare affari in Paesi terzi che queste stesse norme stanno introducendo o hanno già introdotto (Corea del Sud, Svizzera, Tailandia, la stessa Cina, il Brasile solo per citarne alcuni). Veramente vogliamo che siano solo questi paesi a dettare, e dettarci, l’agenda mondiale in materia di sostenibilità?  La vera domanda, allora, è: quale modello d’impresa e di sviluppo vogliamo per l’Europa?

In secondo luogo, occorre sgombrare il campo dall’equivoco ideologico secondo cui la rendicontazione di sostenibilità o i processi di due diligence sui diritti umani e sull’ambiente siano solo ‘compliance’. Prima ancora di essere obblighi normativi, essi sono degli strumenti strategici e di comunicazione (lo erano anche i primi Bilanci Sociali adottati ad inizio degli anni 2000) e meccanismi di governance che le imprese già utilizzano da tempo in diversi settori. Servono a condividere l’identità dell’impresa, raccontare il valore generato e facilitare il dialogo con gli stakeholder. Ridurli a un mero ‘onere burocratico’ da semplificare significa svuotarli della loro funzione vitale. Lo erano, lo sono e lo saranno a prescindere dall’evoluzioni della legislazione.

In terzo luogo, se è giusto semplificare alcuni requisiti richiesti dagli European Sustainability Reporting Standards(ESRS) in modo da supportare le PMI, ciò che non va bene è che il dibattito in materia sia stato trasformato in una corsa alla deregolamentazione. È bene che resti chiaro che tagliare l’ambito di applicazione della CSRD o quello della CS3D e ridimensionare i piani di transizione non è una ricerca di equilibrio: è clamoroso un passo indietro. Alcune scelte possono essere diluite nel tempo, ma restano ineludibili. La vera sfida è arrivarci pronti e nei tempi giusti, non far finta che il problema non esista.

Esiste, poi, in ultimo luogo, una questione di fiducia. Molte imprese avevano investito proattivamente nella rendicontazione di sostenibilità e nei doveri di vigilanza sulle catene di fornitura: oggi esse si sentono comprensibilmente penalizzate. Quando le regole cambiano in corsa, il rischio è di scoraggiare chi ha scelto di guidare il cambiamento, minando la certezza del diritto e la pianificazione industriale.

Siamo sicuri che sia questa la direzione giusta?

Marco Fasciglione è Primo ricercatore dell’IRISS e autore dei libri: Impresa e diritti umani nel diritto internazionale. Teoria e prassi , Torino 2024; AI e sostenibilità. Verso una compliance integrata (con O. Pollicino e F. Paolucci), Torino, 2025